Lo psicologo può sostenere i processi di cambiamento/crescita

La parola cambiare viene dal greco, con una valenza originaria di “curvare”, “piegare” o di “girare attorno” (Kambein).  Ciò suggerisce che non sia  l’essenza delle cose a dover mutare, ma il loro percorso.

Forse è questa idea dello “stravolgimento”, data dal senso comune alla parola “cambiare”  a rendere così difficile la possibilità di raggiungere equilibri diversi.

Fa paura il ribaltamento, l’allontanamento da una vera essenza di se’ che non si vuole e non si deve cambiare.  Ma nel momento in cui sorge la crisi e con essa la malattia, lo stare male, la solitudine e l’oppressione della sofferenza psichica, la ricerca di un nuovo percorso è d’obbligo.

Se si trova la forza di curvare il percorso e CAMBIARE nel senso di imprimere un movimento diverso alla essenza di cui si è fatti, il nuovo equilibrio è più durevole, stabile perché frutto di una crescita personale derivante dall’esperienza della sofferenza.

Proprio trasformare il dolore in crescita è l’essenza del sostegno psicologico che va inteso come processo di riconoscimento di se’ in modo profondo, vero e personale.

L’aiuto dello psicologo consiste nel mostrare una via e non nel fare i passi al posto dell’altro. E’ il ricavare un tempo per l’auto-osservazione,  per la narrazione,  per la ripetizione al ralenti, per la condivisione di sé stessi nella relazione con l’altro diverso-da-sé.

E’ anche la condivisione misterica della vita e la partecipazione a due di un significato esistenziale più profondo dato al confronto affettivo-relazionale, non solo intellettuale.

E’ crescere, individuarsi.

Il racconto come immagine: sofferenza psichica come perdita di senso

Una immagine non è solo qualcosa che possiamo vedere con gli occhi, ma ciò che possiamo immaginare se solo guardiamo un aspetto particolare dei nostri vissuti da una prospettiva particolare: pratica, ideale, futura, passata, imposta, libera.

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Il lavoro sulle immagini è stato strumento della natura umana per studiarne l’essenza, sia esso applicato alle immagini oniriche o pittoriche, scultoree, letterarie etc… E’ noto come tanti psicologi – compreso il padre della psicanalisi e quello della psicologia analitica- ne abbiano parlato come “via regia per l’inconscio”  e prodotto tecniche specifiche per l’utilizzo.

A proposito della sua esperienza personale, Jung scriveva: “ Finchè riuscivo a tradurre le emozioni in immagini, e cioè a trovare le immagini che in esse si nascondevano, mi sentivo interiormente calmo e rassicurato […].Il mio esperimento mi insegnò quanto possa essere d’aiuto – da un punto di vista terapeutico- scoprire le particolari immagini che si nascondono dietro le emozioni” [i]

Per tradurre una emozione in immagine è necessario un certo sforzo, è necessario un lavoro su se stessi, è anche possibile – come sottolinea lo stesso Jung- non essere capaci di farlo. Ciò è particolarmente vero quando si presentano condizioni di sofferenza psichica, di ansia, di distacco dal proprio mondo interiore o di una angoscia e depressione talmente forti che la speranza – quella che ci fa viaggiare nelle immagini – è confinata in luogo lontano e ( apparentemente) inaccessibile.

Il colloquio psicologico individuale può essere un luogo di speranza e libertà in cui la psiche possa riprendere a vedere le proprie immagini e le emozioni possano sciogliersi nei colori, le  forme, le  parole e i racconti delle immagini. L’immagine come frutto dell’immaginazione, sia essa una fantasia sul proprio futuro o sul passato, una raffigurazione di se stessi o di una parte, una sensazione indicibile che è scritta solo sui sintomi somatici del corpo e che non vuole diventare parole o lacrime. L’immagine come simbolo archetipico che “unisca” il dicibile e l’indicibile, nel meraviglioso mistero della complessità della psiche umana.  Il racconto di una “Insostenibile leggerezza dell’essere” che è sofferenza psichica perché come dice Kundera “l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni”[ii]. La cosa più misteriosa è il senso che dobbiamo dare alla vita, quella vita che ruota attorno al proverbio Einmal ist Keinmal: quello che avviene una volta è come se non fosse mai accaduto. Nell’evidenza che la vita è una sola, fatta di istanti fuggenti[iii] , è meglio seguire l’esempio della formica previdente di Esopo o l’oraziano Carpe Diem? E’ meglio la leggerezza o la pesantezza?

È possibile che ognuno riesca a trovare un personale e unico equilibrio ma è anche possibile che in questa ricerca estenuante di senso si possa cadere  nell’ anomia[iv] , nell’anedonia, nell’allontanamento profondo da se stessi. Recuperarsi significa Raccontarsi, darsi nel racconto e mettere in fila gli avvenimenti, constatarne tutta la leggerezza e caducità, esser ben consapevoli  che per un nonnulla tutto poteva andare in un modo completamente diverso, eppure capire che quello che è accaduto, è accaduto e solo dopo che si è manifestato nella sua realtà, acquista un senso forte e da leggero segno di matita, diventa lo spesso tracciato di una esistenza.



[i] A. Jaffè, Ricordi sogni e riflessioni di C.G.Jung, Il saggiatore, Milano 1965,p.205

[ii] M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano 2000 p.14

[iii] Carm., I, 11 – Orazio

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quidquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

 

[iv] alpha privativo e “nomos”= senza leggi, senza principi-base; intendendo quella condizione di tale lontananza da un fondamento che si va verso l’a-patia, l’alienazione.